La contenzione non è un atto terapeutico

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La contenzione non è un atto terapeutico
e non può più essere consentita.
 

La drammatica morte di una giovane donna a Bergamo ripropone a noi tutti, operatori della Salute Mentale, la responsabilità di impedire la pratica violenta della contenzione fisica nell'affrontamento della crisi... Si ripetono da tempo gli episodi di maltrattamenti e di eventi tragici nel corso di TSO come di decessi nel corso di contenzioni fisiche: gli uni e gli altri non sono rubricabili come effetti collaterali o fenomeni avversi di protocolli di cura. Sono, bensì, l'esito di modalità di trattamento della crisi psicotica che rinunciano all'incontro con l'altro che tutti potremmo essere, con l'altro che non riconosciamo più come umano, e dunque nostro, e che abbiamo ripreso  a sentire come diverso, estraneo e quindi pericoloso (e la volontà e responsabilità politica di questa attualissima regressione culturale e sociale non sono certamente  estranee a questi accadimenti). 
La deriva manicomiale di queste pratiche coercitive nell'ambito della sanità pubblica non può essere oltremodo sopportata, subita o consentita. Psichiatria Democratica continuerà a lottare perché gli operatori della Salute mentale abbiano le risorse per riaffermare che un altro modo di affrontare la crisi sia sempre possibile e che vengano rispettati i diritti delle persone sottoposte a ricoveri in regime ospedaliero. Il nostro impegno è  impedire che le pratiche di salute mentale che ci hanno liberato dal manicomio siano sostituite da una psichiatria estranea all'umano. 

Salvatore di Fede Segretario Nazionale di Psichiatria Democratica