Lo Stato e la Salute
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- Published on Wednesday, 12 November 2025 17:03
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Lo Stato e la Salute.
Note a partire dall’ultimo libro di Rosy Bindi
C’è stato un tempo, non poi così tanto lontano, in cui la salute era considerata un bene comune che non andava solo
preservato ma assicurato attraverso strumenti di legge che dessero gambe a un progetto sociale e politico. La salute,
ovvero la vita delle persone, si poteva promuovere non solo razionalizzando e organizzando risposte mediche e sanitarie
che assicurassero alle persone cure adeguate finanziate dalla fiscalità generale e valide per tutti i cittadini, ma anche
occupandosi delle condizioni di vita in cui ci si ammala o si rischia di ammalarsi.
In quel tempo, non da tutti dimenticato, la psichiatria era un modello di riferimento per quell’approccio alla salute
pubblica. E che si trattasse della salute mentale non era un caso: con la chiusura dei manicomi le cure avvenivano in altri luoghi, legati ai territori, cioè connessi strettamente alla vita delle persone.
Non dovunque, non sempre allo stesso modo, non con la stessa consapevolezza e capacità professionale ed umana, ma gli operatori (un neologismo nato allora
che indicava le multiprofessionalità in campo sanitario e sociale) si muovevano in quella cornice che oltre organizzativa era espressione di un’idea di uomo, di società, dell’ammalare e del prendersi cura.
Mi scuserete il tono apparentemente favolistico di queste righe, ma, senza alcuna idealizzazione del tempo passato e nella consapevolezza che tanto si è modificato nel tempo, mi è sembrato funzionale a commentare l’ultimo libro di Rosy Bindi, Una sanità uguale per tutti. Perché la salute è un diritto, (Solferino 2025, pp. 174, € 16.50). Nel suo apparente anacronismo rispetto ai tempi che corrono, Bindi non propone una posizione nostalgica e una riedizione di quanto avvenuto in passato ma fornisce una lettura che da quello parte per poter riscrivere il futuro, senza adeguarsi a
un pensiero che ha liquidato il sociale, la partecipazione dei cittadini e la politica della salute, ridotte ad artifici retorici che nulla hanno a che fare con le scelte operative e tradiscono al contrario la preservazione dei poteri e dei privilegi di pochi in una sostanziale diseguaglianza.
La psichiatria e la salute mentale vengono solo menzionate nel libro, che ricostruisce la storia e i fatti che hanno portato alla riforma sanitaria del 1978 (e che solo qualche mese prima avevano permesso l’approvazione della legge 180) e alle progressive mutazioni, legislative, nazionali, costituzionali, regionali che, seguendo il corso degli avvicendamenti
governativi, ne hanno progressivamente e consapevolmente stravolto il senso, invertito la direzione, smontato l’impianto a beneficio di soggetti economici ed aggregativi interessati essenzialmente al profitto e al consenso. Fino a giungere ai funambolismi contabili con cui l’attuale governo spaccia per rilancio della sanità pubblica l’erogazione di
fondi inferiori alle linee di finanziamento precedenti. Nuovi investimenti che compaiono solo sulla carta e nei comunicati stampa.
L’analisi di Bindi segue il percorso che dalla legge 833 del 1978 si è trasformato in un sistema sempre più misto in cui pubblico, privato e assicurativo vengono proposti come un ampliamento delle opportunità di cura. Gli argomenti e i dati riportati nel libro precedono temporalmente, ma anticipano nei contenuti, i più recenti documenti del CNEL (in cui si
mostra come la spesa privata abbia raggiunto i 42,6 miliardi annui, ovvero il 25% della spesa totale), della fondazione GIMBE, che evidenzia il definanziamento sostanziale della spesa pubblica per la sanità, gli ancora più recenti dati Istat sulla rinuncia alle cure da parte degli italiani impossibilitati ad affrontarne i costi privatizzati. In aggiunta la spesa per i
farmaci, come segnala Città della Salute, cresce vertiginosamente aumentando di 16 milioni in un anno. Facile profeta,
l’ex Ministro Bindi mostra come avvengano le operazioni di facciata e contabili che fanno apparire quel che non c’è e scomparire quel che rimane della sanità pubblica italiana.
Non è ancora tempo per dichiarare superata l’era dei diritti, di cedere il passo a chi ritiene che il mondo sia sempre più dei predatori mercantili piuttosto che degli difensori delle leggi. E anche di deporre le armi di fronte a quella parte della sinistra che si è da tempo infervorata per il liberismo e il mercato vedendo clienti e consumatori in luogo di cittadini, una deriva di cui la sanità con il suo potere concreto e simbolico ha fatto e sta facendo le spese. Rosy Bindi descrive con una chiarezza storica utile a chi ha scarsa memoria il progressivo spostamento di asse dalla legge di riforma del 1978
alle diverse controriforme, a partire da quella De Lorenzo del 1992, che, in modo implicito ma sostanziale ne hanno strutturalmente modificato impostazioni, princìpi e fini.
Difendere il Servizio Sanitario Nazionale e i suoi capisaldi di universalismo, uguaglianza ed equità nell’accesso ai servizi, globalità della copertura sanitaria e solidarietà sociale, non ha che fare con il confronto fra modernità in movimento e conservazione del passato, a differenza di quanto fantasiosamente sostenuto da qualche opinionista di area
progressista più avvezzo a criticare il passato che il presente governativo. La vera sostanza della sfida in atto sta nel contrasto tra l’ideologia aziendalistica e il modello solidaristico, egualitario e democratico. Battersi per conservare il SSN vuol dire affermare la possibilità di contrastare, sul tema concreto e sensibile della salute e della qualità della vita,
l’ideologia pervasiva del mercato che ha piegato alla sua logica la sanità importando lo scenario privatistico nella gestione pubblica. Questa la premessa: i contenuti, le analisi, i pur necessari correttivi non possono che seguirla se non vogliamo rassegnarci ad operazioni di aggiornamento, di facciata, e non procedere verso un reale ammodernamento che
deve confrontarsi con le mutazioni sociali del contemporaneo ma anche con una decisa e chiara scelta politica.
Inseguendo il liberalismo accolto come unico scenario possibile per la destra, anche la sinistra (o parti consistenti di essa) ha accolto la soluzione della compravendita dei servizi, del risparmio senza qualità, della convivenza tra pubblico e privato come inevitabile de non auspicabile. La retorica dell’apparente buon senso che vede convergere SSN e attori
privatistici su un ideale scenario di efficienza, soddisfazione della domanda, efficacia e velocità delle prestazioni erogate ha dovuto fare i conti con la sua reale intenzione: indebolire e ridurre all’inefficienza il sistema pubblico ed
aprire a soggetti imprenditoriali votati al profitto il fertile campo della domanda di salute, identificata quasi unicamente con la velocità dell’erogazione a prescindere dalla sua accessibilità universalistica. L’accreditamento ideato come meccanismo di controllo e strumento di complementarietà è divenuto da tempo il cavallo di Troia di una finta
privatizzazione, rendita di posizione a totale carico della spesa pubblica e dei cittadini. Svelando le ipnotiche confusioni tra destra e sinistra e sciogliendo l’incantesimo della realtà come mercato, il libro di Bindi ci pone di fronte alla netta differenza tra politiche democratiche nella sostanza e scelte che propongono la diseguaglianza come scelta e la
privatizzazione come sistema per sostenerla. Come ben descritto dall’autrice, la situazione attuale è il naturale punto di passaggio dello spostamento dell’asse nell’ambito delle politiche sociali verso l’individualizzazione e il raddoppio della spesa del cittadino forzato a pagare, se può, le spese per la salute oltre che con la fiscalità generale attraverso soluzioni assicurative, mutualistiche o direttamente privatistiche. Per chi non può affrontare questo carico rimane la rinuncia alle
cure.
Come anticipato Una sanità uguale per tutti non è un libro sulla psichiatria e sulla salute mentale. Nei fatti, tuttavia, è proprio nella salute mentale che, come sotto una lente di ingrandimento, si possono vedere all’opera le vicende messe a fuoco dalla sua autrice. La crisi in cui versano il SSN e i Dipartimenti di Salute Mentale corrono sullo stesso filo sospeso: spostamento degli investimenti (che non hanno mai raggiunto l’obiettivo del 5% del Fondo sanitario nazionale) dai territori ai privati accreditati, la maggior parte dei quali appartenenti a grossi gruppi industriali del settore sanitario; chiusura ed accorpamenti dei servizi territoriali, ritenuti dispendiosi, a favore dei ricoveri, ospedalieri o nel privato residenziale; immiserimento delle piante organiche con spaventose carenze di personale; abbandono delle fasce più
sfavorite della società; indifferenza verso i reali bisogni di salute della popolazione e predilezione per gli specialismi e i farmaci e ricoveri rispetto alla complessità delle espressioni della sofferenza. La specificità della salute mentale territoriale si è persa nella moltiplicazione delle offerte privatistiche, dai sempre attivi studi professionali, incoraggiati
dal bonus psicologo, al dilagare delle piattaforme online coi loro algoritimi combinatori. L’accesso a questo livello di cure riguarda una vasta platea di persone, in prevalenza giovani, ma non solo, che non trova risposta nei sempre più deserti Centri di Salute Mentale, nell’assenza di iniziative sociali di alfabetizzazione emotiva ed affettiva e di interventi non solo individualizzati nei luoghi di vita, la scuola innanzitutto. Per le persone con sofferenze ancora più esplicite e sintomatiche la risposta farmacologica e il ricovero sono la risposta, ormai quasi forzata, all’assenza e alla incapacità di
quella presa in carico multiprofessionale con cui la psichiatria di comunità italiana ha fatto scuola nel mondo. Il progetto basagliano che aveva impostato il passaggio dai matti da liberare dal bavaglio manicomiale allo status di persone da curare si va arenando in assenza di personale e nella diminuzione dei luoghi fisici dai quali organizzare le cure, non solo farmacologiche né solo psicologiche ma in una sapiente combinazione di interventi psicosociali, economici, di sostegno all’abitare e al lavoro.
Riguardo all’altra specificità storica della psichiatria, quella della complessa relazione con la giustizia, la stretta securitaria, che traspare sia nel PANSM che nel progetto di contro-riforma Russo/Zaffini riproponendo istanze
restrittive reclusive neomanicomiali, si combina geometricamente con l’apertura ai privati e con la moltiplicazione dei posti letto per gli autori di reato con diagnosi psichiatrica. La prova del nove della indifferenza per la dimensione sociale nella gestione e organizzazione della rete di salute mentale in via di smantellamento sta nella prevenzione.
Nominata ed evocata negli atti ministeriali, l’attività di prevenzione non può che essere territoriale, non solo medica o psicologica e individuale, a cavallo tra sanitario e sociale. Di fatto inesistente, essa non avrebbe nessuna ricaduta mercantile e, di conseguenza, non risulta di alcun interesse reale per il nuovo sistema a più velocità spostato su privati ed assicurazioni verso cui si muove a passo spedito l’attuale governo.
Il libro di Rosy Bindi si conclude con un illuminante capitolo dedicato alla vicenda Di Bella, primo caso emblematico nel nostro paese in cui è diventata visibile la combinazione di populismo, lotta politica senza alcuna considerazione delle procedure e delle affermazioni della scienza, diffidenza nei confronti degli esperti considerati collusi con un sistema potente e minaccioso, sfruttamento dell’ingenuità delle persone attraverso fake-news in un ambito delicato come la sopravvivenza in vita e la paura della morte, ingerenza della magistratura non documentata e sensibile al clima
culturale e politico generale, sfida decisionale alla politica costretta per rispetto della logica democratica e per ragioni di
consenso a misurarsi con l’illogicità e strumentalità di posizioni pubbliche condivise da parte della popolazione. Un fenomeno che ha avuto in seguito un’ulteriore scatto con l’avvento dei social (il COVID) e che riguarda da vicino anche sofferenza mentale quando associata a fatti criminosi agitati come riprova della incurabile pericolosità della follia.
Antonello D’Elia








